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Beauty, la ragazza nigeriana, il lavoro sfruttato e il lavoro negato

di FRANCO CIMINO                                                 

Diciamolo subito, Beauty è nera. È pure nigeriana. È giovane, probabilmente colta o non ignorante. Sicuramente intelligente. I suoi venticinque anni pieni di energia e quella sua sensibilità, piena di rabbia, le hanno consentito quel gesto che tanti immigrati non hanno potuto mai fare. Lo pensano. Glielo leggi negli occhi che lo vorrebbero fare, ma non ne hanno il coraggio. Paura di perdere quel posto miserevole. Paura di perdere la “ nostra affettuosa ospitalità”. Paura di essere rimandati a casa loro. Terrore, per gli irregolari( sic!), di essere cacciati e imbucati in un primo “ volo” di rimpatrio.

Diciamo pure che se Beauty non avesse avuto l’intelligenza coraggiosa di riprendere quella ormai famosa scena che ha fatto il giro del web, nessuno avrebbe appreso dell’accaduto e tanti di noi non avrebbero potuto recitare quella parte che recitiamo assai bene. E, cioè, di scandalizzarci, piangendo lacrime finte su una indignazione insincera. Come è successo solo pochi giorni fa per l’assassino crudele di Alika, l’altro nigeriano, in una città poco lontana da Soverato, ma ad essa molto somigliante, Civitanova Marche. Chi lo piange più? Chi se ne indigna? Chi lo pagherà, dopo le già annunciate richieste di visita psichiatrica per Filippo, l’italiano che l’ha barbaramente ucciso. A pugni, con il bastone dell’invalido. Con le mani strette alla gola di quell’ormone indifeso. E per concludere la missione di morte, magari vendicativa verso questi” (che vengono a rubarci il lavoro, a mettere paura ai nostri figli, a stuprare le nostre donne, a rompere le scatole per quella insistente mano tesa davanti al tuo viso a chiedere l’elemosina”), il gomito pressato sulla gola, come fanno i poliziotti americani. Perché è così che andrà a finire, con questa bella poesia lanciata sulla folla ottusa, per far partire quel corale: “ma sì che se l’è andata a cercare. Fossero rimasti a casa loro non sarebbe accaduto.” Non canta così il coro italico quando in una qualsiasi terrazza sentimento o per la strada, vengono stuprate le nostre ragazze-bambine? Ed è ipotizzabile che lungo questa scia, passati questi primi giorni di clamore, tutto sarà dimenticato perché tutto torni come prima? E qual è questo prima che facciamo finta di non conoscere? Vogliamo dirlo? Con sincerità, coraggio, onesta? Ma sī, diciamolo, almeno noi che soltanto lo ripeteremmo.

Ed è che in un’Italia dal lavoro sempre più agile per svuotarlo di diritti e dignità e in una Calabria dal lavoro sempre più ridotto in quantità e qualità, e in un Paese, sempre il nostro, che ha perso per strada la Politica sostituendola con piccoli arroganti poteri che hanno fatto apertamente la guerra, vincendola, contro le forze sociali e sindacali, che per dovere e vocazione si battono per il lavoro e la tutela dei lavoratoti, si è sviluppata una logica dello sfruttamento che si estende in lungo e in largo per tutto il territorio nazionale. E aggredisce tutte le forme del lavoro. E il lavoro in generale. Nella sua sostanza e nel suo profondo principio umano. Ché il lavoro, come la nostra Costituzione detta, è per l’uomo prima che per l’economia. La ragione per quale tutto questo si sta verificando, e con più arroganza, è sempre quella antica, il profitto. Il profitto più duro, che va molto oltre il giusto guadagno di chi il lavoro crea, offre, organizza, garantisce.

Questo profitto estremo si rappresenta come un atto ingiusto, che per sostenersi ha bisogno che il lavoro sia svuotato della sua funzione, della sua etica. Del suo valore. Tutto questo avviene in un’Italia addormentata sui problemi che essa stessa si è creata, e che agita lo specchio della crisi economica per farne pagare il prezzo solo ai lavoratori, ai piccoli imprenditori, ai cittadini pensionati o con il reddito fisso. E, per quanto riguarda il territorio, al Sud e alle regioni più povere. Il lavoro non c’è. Ma c’è il lungo esercito delle braccia da cui si può prendere quel numero ristretto a qualsiasi condizioni. Di paga, di ore di lavoro. Di fatica. E lo si fa o in nero, oppure con quei contratti fasulli sottoscritti, sotto ricatto, per una quantità di ore correttamente pagate, in luogo del doppio o triplo che i lavoratori sono costretti a fare. Pena la perdita del “privilegio di questa schiavitù”. È per questo motivo che lavorano, specialmente nelle “ ricche” stagioni estive, soprattutto gli immigrati. I neri. In particolare le donne, considerate più innocue, in tutti i sensi. Gli italiani, anche i calabresi, non lavorano e restano senza lavoro, non perché “ questi neri gli rubano il lavoro”. Ma perché, sostenuti dalle loro famiglie, rafforzate dai redditi di pensione dei nonni, per fortuna, ma anche senza, rifiutano questo lavoro non lavoro. Rifiutano lo sfruttamento e questa logica di nuovo schiavismo, inconcepibile nella Terra della Costituzione più bella. Oggi, grazie a Beauty, la ragazza che in quel pianto ma anche in quel coraggio, vorremmo, allo stesso modo in cui non vorremmo, fosse figlia nostra, questa situazione drammatica, quadro delineato di ingiustizia e arroganza, sfruttamento e violenza sociale, è emersa in tutta la sua ampiezza e drammaticità.

Naturalmente, non tutto il sistema è così, non tutti gli imprenditori e non tutte le aziende, sono così. C’è del buono, del giusto, in tanti imprenditori e in molte parti della nostra economia. Anche in Calabria. Anche a Soverato. E io pure ne conosco personalmente e tanti e buoni e giusti. Ma il problema c’è. E sistemico. E va affrontato. Subito, finalmente. E in modo sistemico, appunto e radicale.

Non occorrono grandi fatiche e riforme importanti. Esse ci sono state. E vi sono, sonnolenti, però, le leggi buone che da quelle riforme sono seguite. Occorre applicarle. Con severità e nuova coscienza del valore del lavoro e della persone, all’interno di quel fecondo rapporto, proprio della cultura democratica, tra lavoro e lavoratore. Tra economia, come risorsa fondamentale delle società, e i soggetti che, dall’imprenditoria al lavoratore, dal prodotto ai consumatori, concorrono a a formarla. Oggi, a commento del grave fatto di Soverato, che va perseguito ormai autonomamente, a prescindere dalla resistenza in giudizio della ragazza, ho letto del presidente della Regione, di un parlamentare e, immagino, anche se non letto ancora, del sindaco del Comune.

Non sono persone qualsiasi e le loro parole, per quanto a mio avviso un po’ leggere, non sono quelle di un qualsiasi cittadino. Rappresentano insieme i tre livelli istituzionali cui compete l’onore di creare lavoro, proteggerlo, garantire che esso sia non solo legale, ma pieno di dignità e umanità. Lasciando ciò che è di competenza della Giustizia e dei suoi immediati operatori, il Presidente, il Parlamentare, il Sindaco, attivino immediatamente tutti gli strumenti per verificare, in Calabria e a Soverato, se tutte le imprese e le attività economiche, siano in regola non solo con le leggi, ma con il diritto, i diritti, la morale. Quella del lavoro. E della persona. E se nei casi negativi, avranno il coraggio, alla vigilia di altre elezioni, di assumere i provvedimenti di leggi e le determinazioni più severe. È questo, solo questo, il modo di solidarizzare con Beaty e di ringraziarla per questa sua ribellione, che ha un certo saporate di rivoluzione.
 

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